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    April 15

    Educazione Alla Felicità

        L'uomo è stato abituato alla felicità, non educato alla felicità!
     La felicità esiste, non perchè se ne possiede il concetto, ma perchè talvolta ne sperimentiamo la condizione. Una volta vissuta, la felicità non può essere dimenticata, perchè la nostra coscienza conserva anche quel che trapassa, e il tempo non ha la forza di abolire l'esperienza. La felicità può quindi essere perduta come condizione d'esistenza, ma non cancellata come esperienza, quindi, può sempre essere ricreata e in questo ricrearsi esprime la vita.
         Rispetto al dolore  che inchioda, stringe e costringe, la felicità lambisce, balena e dispare, per questo la felicità appare come un bene transitorio, mentre il dolore si rivel condizione più abituale e consueta. Eppure la felicità è più originaria del dolore, se non altro perchè è impossibile sperimentare una perdita là dove non c'è stato possesso, così come non è possibile sperimentare la negazione là dove non c'è stata positività. Ma di che natura è quella positività in cui la felicità consiste? "È quella pienezza che nel momento in cui la si possiede, se ne è, in effetti, posseduti".
         In quanto evento che ci possiede, non possiamo definire la felicità, ma solo viverla. Se ci domandassimo "che cos'è", problematizzeremmo quello stato di possessione e, ponendo domande, ci porremmo in qualche modo già fuori. Il sentimento di pienezza che ci possedeva verrebbe incrinato dalla domanda che interroga e che, spezzando l'incanto, introdurrebbe quel senso di precarietà sufficiente a dissolvere lo stato di grazia. Per questo la felicità non è attingibile per via di riflessione e questo è il motivo per cui "l'uomo non sa di essere felice, si sente felice".
         Scopriamo così la ragione per cui, nell'ordine degli affetti, la felicità differisce radicalmente dal dolore. Finchè dura, infatti, la felicità assorbe il soggetto in se stessa, al punto che chi è felice non si interroga mai sulle ragioni per cui lo è, a differenza di chi soffre che è sempre alla ricerca delle ragioni del proprio soffrire. Questo è il motivo per cui, a differenza della felicità, il dolore eleva noi stessi a problema, costringendoci a interrogarci sul senso della nostra esistenza. Così facendo il dolore introduce una separazione di sè da sè, una distanza, una scissione che la felicità ignora perchè vive di sè e si nutre della propria istantaneità. Ma l'istante è caduco. Eppure, anche quando il tempo consuma l'ultimo istante di felicità, è sempre la felicità a essere sullo sfondo come prospettiva d'uscita dal dolore.
         Qui la felicità muta volto: non più la gioia dell'attimo, ma quello stato medio della vita in cui le sensazioni di piacere si combinano con quelle di dolore, in un orizzonte dove la speranza della felicità vieta la disperazione. È questa forma di felicità, la felicità come sfondo possibile, che manca al dolore del depresso il quale non ha occhio per il futuro, ma solo per un passato, dimentico di ogni sperimentazione di felicità come dimensione originaria dell'esistere. La depressione, prima di essere una condizione clinica, è un cedimento della memoria, è l'incapacità di rilanciare nel futuro un'esperienza di felicità che la vita ha vissuto solo come evento momentaneo e non come esperienza originaria. La felicità non dimenticata, infatti, diventa un modello inconscio che ne motiva di nuovo la ricerca.
         Questo nesso tra memoria della soddisfazione e ricerca della soddisfazione è l'essenza del desiderio, ossia di quella macchina inconscia capace di trasformare un'esperienza in una meta. La ricerca che il desiderio attiva produce quella felicità che, se non è pienezza, è almeno contenimento del dolore. Per vincere occorre spesso nella vita abbassare il bersaglio. Chi non riesce innesca quel desiderio infinito che è  macchina di dolore perchè, in assenza della felicità come estasi, preferisce il dolore scartando subito quella felicità frutto di moderazione che è evitare di essere infelici.

    bimbo

     

     

    April 11

    Guarda che non vedi...

    Buon Salve rigà
    Oggi ho rischiato la morte con Sofia...Perplesso
    Dopo la sua bellissima interrogazione avremmo dovuo ripassare vecchi capitoli
    (cm sempre da soli)...e ovviamente non è stato fatto.
    La situazione era ottima per una scintilla artistica che mi venne, con la geniale idea di disegnare
    Sofia (c'era MOLTO scazzo). Giunto praticamente alla fine dell'opera, il duce (Sofia)
    passa tra i banchi, per non farmi cassare giro subito pagina, dove c'è ragioneria.
    Dopo aver guardato cosa stessi facendo (ha visto ragioneria) sequestra il mio quaderno In lacrime.
    Nessuno capì se si era accorto del ritratto oppure no.
    Dopo 10/15 minuti di puro TERRORE il quaderno mi fu restituito.
    Chi conosce sa bene quello che sarebbe capitato se per puro caso Sofia
    avesse aperto il quaderno e notato questo:
    Picture 0031
    Ps.   Ringrazio la 5^Cp di aver pregato intensamente per me nei 10/15 minuti...Imbarazzato Vi Voglio BeneIn lacrime
     
    SOFIA AL ROGO
    April 06

    IL GIGANTE EGOISTA

    IL GIGANTE EGOISTA

    Ogni pomeriggio, non appena uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante. Era un grande e bel giardino, con soffice erba verde e. Qua e là sull’erba c ’erano fiori belli come stelle, e c’erano dodici peschi che a primavera si aprivano in delicati fiori di rosa e perla, e in autunno davano frutti succosi.

    Un giorno il Gigante tornò. Era stato in visita dal suo amico, l’orco di Cornovaglia, ed era rimasto da lui per sette anni. Quando arrivò vide i bambini che giocavano nel giardino.

    "Che cosa fate qui?" gridò con voce molto burbera, e i bambini scapparono via.

    "Il mio giardino è mio" disse il Gigante "chiunque può capirlo, e non permetterò a nessuno di giocarci, soltanto io posso". Così vi costruì un alto muro tutto attorno e non fece più entrare nessuno. Era un gigante davvero egoista.

    I poveri bambini non avevano dove giocare.

    Poi venne la Primavera, e in tutto il paese c’erano fiorellini e uccellini. Solo nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Agli uccelli non interessava cantare in quel giardino perché non c’erano bambini, e gli alberi si dimenticarono di fiorire. La Neve coprì l’erba con il suo grande manto bianco, e il Gelo dipinse tutti gli alberi d’argento. Poi invitarono il Vento del Nord a restare con loro, e lui venne. Poi venne la Grandine. Era vestita di grigio, e il suo respiro era come ghiaccio. "Non riesco a capire perché la Primavera tardi tanto" diceva il Gigante Egoista. Ma la Primavera non venne mai, e nemmeno l’Estate. Una mattina il Gigante se ne stava sveglio nel letto quando udì una bella musica. Era un piccolo fanello che cantava fuori dalla sua finestra, ma era così tanto tempo che non sentiva cantare un uccello nel suo giardino, che questa gli sembrò la più bella musica del mondo. Allora la Grandine interruppe la danza sulla sua testa, e il Vento del Nord smise di ruggire, e un profumo delizioso lo raggiunse dalla finestra aperta. Che cosa vide? Attraverso un piccolo buco nel muro si erano intrufolati i bambini, e ora stavano seduti sui rami degli alberi. Su ogni ramo che poteva vedere c’era un bambino. E gli alberi erano talmente contenti di aver riavuto i bambini, che si erano coperti di fiori, e facevano ondeggiare delicatamente le loro braccia sul capo dei bambini. Gli uccelli volavano qua e là cinguettando di piacere, e i fiori guardavano all’insù attraverso l’erba verde e ridevano. Era una scena bellissima, solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino, e lì se ne stava, in piedi, un ragazzino. Era così piccolo che non riusciva a raggiungere i rami dell’albero, e vi girava tutto intorno, piangendo amaramente. Il povero albero era coperto di ghiaccio e di neve, e il Vento del Nord soffiava e ruggiva su di lui. "Sali, bambino!" diceva l’Albero, e piegava i rami più in basso che poteva; ma il bambino era minuscolo.

    E il cuore del Gigante si intenerì non appena guardò fuori. "Ora so perché la Primavera non voleva venire qui. – disse - Metterò quel bambinetto in cima all’albero, e poi abbatterò il muro, e il mio giardino diventerà un parco giochi per i bambini, per sempre". Era davvero molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.

    Così scese piano di sotto e aprì la porta senza far rumore, e uscì in giardino. Ma quando i bambini lo videro si spaventarono tanto che corsero via, e nel giardino tornò l’inverno. Solo il bambino più piccolo non fuggì, e il Gigante lo prese delicatamente in braccio, e lo posò sull’albero. E l’albero cominciò improvvisamente a fiorire, e gli uccelli vi si posarono e cantavano, e il bambi-no tese le braccia e le gettò al collo del Gigante, e lo baciò. E quando gli altri bambini videro che il Gigante non era più cattivo, tornarono indietro di corsa, e con loro tornò la Primavera. "Ora è il vostro giardino, bambini" disse il Gigante, e prese una grande ascia e abbatté il muro.

    Tutto il giorno giocarono, e la sera andarono dal Gigante per sa-lutarlo. "Ma dov’è il vostro piccolo compagno?" disse questi: "il bam-bino che ho messo sull’albero" Il Gigante gli voleva bene più che a tutti gli altri perché lo aveva baciato. "Non lo sappiamo" risposero i bambini "è andato via". "Dovete dirgli di venire qui domani" disse il Gigante. Ma i bambini dissero che non sapevano dove viveva e che non lo ave-vano mai visto prima. Il Gigante si sentì molto triste: "Come mi piacerebbe rivederlo!" ripeteva. Passarono gli anni, e il Gigante divenne molto vecchio e debole. Non poteva più giocare, perciò si sedeva in una grande poltrona e guardava i bambini intenti a giocare, e ammirava il suo giardino. "Ho tanti bei fiori" diceva;

    "ma i bambini sono i fiori più belli di tutti". Una mattina d’inverno guardò fuori dalla finestra mentre si vestiva. Ora non odiava l’Inverno, perché sapeva che era soltanto la Primavera addormentata, e che i fiori stavano riposando. D’improvviso si strofinò gli occhi dalla meraviglia e guardò e guardò. Era certo una vista meravigliosa. Nell’angolo più lontano del giardino c’era un albero coperto di bellissimi fiori bianchi. I suoi rami erano tutti d’oro, e pendevano frutti d’argento, e sotto c’era il ragazzino cui aveva voluto tanto bene. Il Gigante corse giù pieno di gioia, e uscì in giardino Si affrettò attraverso il prato, e si avvicinò al bambino. E quando giunse vicino al suo viso diventò rosso dall’ira e disse, "Chi ha osato ferirti?" Perché sulle palme delle mani del bambino c’erano i segni di due chiodi, e i segni di due chiodi erano sui suoi piedini. "Chi ha osato ferirti?" gridò il Gigante, "dimmelo, ch’io possa prendere la mia grande spada e ucciderlo" "No" rispose il bambino: "queste sono le ferite dell’Amore". "Chi sei tu?" disse il Gigante, e uno strano timore lo prese, e si inginocchiò davanti al bambino. E il bambino sorrise al Gigante, e gli disse, "Tu mi hai lasciato giocare una volta nel tuo giardino, oggi verrai con me nel mio giardino, che è il Paradiso". E quando i bambini corsero a giocare quel pomeriggio, trovarono il Gigante che giaceva morto sotto l’albero, con un grande sorriso sulle labbra, tutto coperto di fiori bianchi.